Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Iniziamo questo momento di preghiera e di ascolto accogliendo la presenza del Signore che cammina con noi anche nei sentieri più bui.
Signore, che ti accosti a noi quando il cammino si fa faticoso, abbi pietà di noi. Cristo, che porti con noi il peso della croce, abbi pietà di noi. Signore, che rinnovi i nostri cuori con il fuoco del tuo Spirito, abbi pietà di noi.
C’è un’esperienza fisica, quasi dolorosa, che chiunque abbia provato ad accendere un fuoco conosce molto bene. Quando un pezzo di legno verde viene gettato tra le fiamme, non brucia subito. Prima fuma, stride, quasi protesta. Sembra che l’acqua racchiusa nelle sue fibre combatta contro il calore che avanza. Ma se il fuoco è forte, alla fine penetra all’interno. Non rimane in superficie; entra nelle venature, spacca la corteccia, si stabilisce nel cuore stesso del legno finché quel ramo non diventa esso stesso fuoco, luce e calore.
Questa immagine del fuoco che penetra fin dentro le fibre più intime ci introduce alla straordinaria e sofferta confessione del profeta Geremia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «C’è nel mio cuore come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzo di contenerlo, ma non posso». Geremia non sta parlando di una gioia facile o di un entusiasmo passeggero. Sta parlando di una passione che consuma, di una chiamata che fa tremare le fondamenta del suo essere. È un fuoco che fa male, ma al quale è impossibile dire di no. È la presenza di Dio che non si accontenta delle nostre buone intenzioni superficiali, ma vuole abitare ogni nostra singola fibra, ogni nostro pensiero, ogni nostra ferita.
Teniamo stretta questa immagine del fuoco chiuso nelle ossa. Sarà il nostro filo conduttore oggi. Perché il fuoco è ciò che scalda, ma è anche ciò che purifica; è la passione che ci spinge a dare tutto noi stessi, ed è anche l’amore che rimane acceso quando scende la notte più fredda.
Ma oggi, prima di cercare una consolazione facile, dobbiamo dire la verità.
Dobbiamo avere il coraggio di sostare in quel luogo dove fa male, senza fretta di fuggire.
Sono passati circa due mesi da quel 13 giugno 2026. Sessanta giorni.
Per chi guarda da fuori, il tempo sembra scorrere con la solita indifferenza. L’estate sta compiendo il suo ciclo, la vita degli altri continua con i suoi ritmi, i suoi rumori, le sue scadenze. Ma per voi, Alan e Thao, e per te, Ryan, questi due mesi sono stati un tempo sospeso. Un tempo in cui ogni mattina inizia con lo stesso peso sul petto, con lo stesso sguardo che cerca, istintivamente, una presenza che non c’è più.
La verità è che la casa ha un silenzio diverso, un silenzio che a volte sembra quasi solido, invalicabile. Quel posto vuoto a tavola, quella camera dove la tecnologia e i sogni si intrecciavano, quel computer che ora tace… sono ferite aperte. È il dolore onesto di chi deve imparare a respirare in un mondo in cui manca un pezzo di cuore. Il dolore di una madre che non può più accarezzare il suo ragazzo, di un padre che sente mancare la spalla del suo primogenito, di un fratello che ha perso il suo compagno di giochi, di studi, di vita.
In questo silenzio così denso, le parole di Geremia risuonano con una verità disarmante: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; tu sei stato più forte di me e hai prevalso». Quante volte, in queste notti insonni, Alan, Thao, avete sentito questa stessa vertigine? Quante volte vi siete sentiti come se Dio vi avesse chiesto troppo, come se la vita vi avesse teso una trappola incomprensibile? È il grido dell’uomo che ama Dio, ma che si trova schiacciato dal peso di un mistero che non può contenere.
E qui, nel segreto del vostro dolore, forse ha bussato alla porta del vostro cuore anche quel dubbio sottile e velenoso che tormenta ogni genitore che ha dovuto consegnare un figlio al Cielo. Vi sarete chiesti: «Abbiamo fatto abbastanza? Abbiamo capito in tempo? C’è qualcosa che abbiamo trascurato, una decisione che avremmo dovuto prendere diversamente?». È l’istinto di Pietro nel Vangelo di oggi, che prende Gesù in disparte e comincia a rimproverarlo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Pietro voleva proteggere Gesù. Voleva evitare la sofferenza. Voleva erigere uno scudo contro il dolore.
Ascoltatemi bene, vi prego. Lasciate che queste parole scendano come un balsamo sulle vostre anime ferite.
La malattia non è mai, mai una punizione di Dio. Non è il risultato di un errore umano, di una distrazione, o di una mancanza di cura. Voi non avete mancato in nulla. Siete stati genitori straordinari, custodi d’amore tenerissimi che hanno protetto e amato Benjamin con ogni fibra del proprio essere. Certe tempeste arrivano nella nostra vita terrena come venti misteriosi e devastanti, del tutto al di fuori del nostro controllo.
Ricordate le parole di Gesù davanti al cieco nato: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori».
Non portate sulle spalle il peso di un senso di colpa che non vi appartiene. Voi avete dato a Ben tutto l’amore che un essere umano può dare. Lo avete accompagnato con una dedizione che ha reso la sua vita terrena un giardino di sicurezza e di gioia. Siete liberi da ogni dubbio. Dio non vi accusa; Egli piange con voi, raccoglie ogni vostra lacrima e vi tiene stretti in questo sabato di dolore, in attesa della domenica che non avrà fine. Voi avete fatto tutto il possibile, e lo avete fatto con un amore che ha riflesso perfettamente l’amore del Padre.
E qui avviene la svolta della nostra fede.
Gesù si volta verso Pietro e dice parole forti: «Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». E poi aggiunge: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
Cosa significa pensare secondo Dio e non secondo gli uomini? La logica umana cerca sempre di evitare il dolore, di risparmiare la vita, di trattenerla per sé. Ma la logica di Dio è la logica del fuoco: la vita si trova solo quando si accetta di bruciare d’amore, quando si accetta di donarla senza riserve. «Chi vuole salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà».
Se guardiamo alla vita del nostro caro Benjamin, del nostro Ben, comprendiamo come la sua esistenza terrena, pur essendosi completata a soli quindici anni, sia stata interamente abitata da questo fuoco. Ben non era un ragazzo che viveva a metà. Non era uno che risparmiava le sue energie o che si tirava indietro per paura di fallire.
C’è un aspetto della sua personalità che ci rivela la bellezza profonda della sua anima: la sua determinazione incrollabile, quel suo motto interiore che ripeteva sempre e che applicava a ogni cosa che faceva: «Provare è tutto ciò che conta».
Pensate a questa frase. Non dice «vincere è tutto ciò che conta», o «essere perfetti è l’unica cosa che vale». Dice: «Provare è tutto ciò che conta».
Questo era Benjamin. Lo si vedeva sul campo di badminton, dove dava tutto se stesso, colpo dopo colpo, senza arrendersi mai. Lo si vedeva quando affrontava le selezioni di basket, correndo con la sua felpa, mettendo in ogni movimento tutta l’energia del suo corpo adolescente. Non era timido, non aveva paura di sbagliare o di non essere all’altezza. Sapeva che la dignità di un uomo non sta nel risultato finale, ma nella passione che mette nel tentativo. Sapeva che vivere significa scendere in campo, accettare la fatica, far bruciare quel fuoco che si ha dentro.
Questo spirito di determinazione, questa volontà di «provare» sempre, era il riflesso di una mente brillante e di un cuore ancora più grande. Ben applicava questa stessa dedizione allo studio della tecnologia, della matematica, dell’aviazione che tanto amava. Ma la cosa più bella è che applicava questa determinazione nell’amare. Non ha mai risparmiato il suo affetto per voi, Alan e Thao. Non ha mai trattenuto quel profondo rispetto e quella dolcezza che lo rendevano un figlio così speciale. E con te, Ryan, ha condiviso ogni passo, ogni gioco, ogni viaggio, mostrandoti cosa significa essere un fratello maggiore che non si stanca mai di starti vicino e di stringerti a sé.
Questo è il fuoco di cui parla Geremia. Un fuoco che non si spegne con la morte, perché è fatto della stessa sostanza di Dio.
San Paolo, nella seconda lettura, ci esorta: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivo, santo e gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale». Benjamin ha fatto proprio questo. Ha offerto la sua giovinezza, la sua intelligenza, la sua gioia di vivere come un sacrificio vivo. Non ha conformato la sua mente a questo mondo, ma si è lasciato trasformare, cercando sempre ciò che è buono, gradito e perfetto agli occhi di Dio.
E oggi, quel fuoco d’amore continua a riscaldare il mondo, anche se in modo diverso.
Come il fuoco penetra nel legno e lo trasforma, così l’amore che Benjamin ha seminato continua a produrre frutti di vita. Pensiamo a quel pozzo d’acqua pura realizzato in Vietnam, a Cà Mau, che porta il nome di «Giếng Gioan Baotixita» — il Pozzo di Giovanni Battista. Donato in memoria di Ben, questo pozzo porta acqua fresca e pulita a una comunità che non ne aveva.
C’è un paradosso bellissimo in questo: il fuoco dell’amore di Benjamin, che ardeva nel suo cuore, si è trasformato in una sorgente d’acqua viva che disseta gli assetati. Il suo secondo nome, Đại Dương, significa «Grande Oceano». E oggi, quell’oceano di dolcezza si fa goccia d’acqua concreta per i più piccoli, per i più poveri. È la prova che la vita di Ben non è andata perduta; si è moltiplicata. Chi perde la propria vita per causa di Cristo, la trova, e la fa trovare agli altri.
Benjamin ora si trova al Banchetto del Cielo. Immaginiamolo libero da ogni sofferenza, splendente di quella luce che non conosce tramonto. È accanto a un altro giovane che ha saputo usare la sua intelligenza e la tecnologia per indicare la via del Cielo: il giovane San Carlo Acutis. Entrambi quindicesimi, entrambi con una mente aperta al futuro e un cuore ancorato all’eterno. Immaginiamoli insieme, questi due ragazzi straordinari, mentre contemplano la bellezza del Creatore e intercedono per noi, per i medici, per i ricercatori, perché si possa trovare una cura per la leucemia, affinché nessun’altra famiglia debba attraversare questo calice di dolore.
E da quella casa di luce, Ben vi guarda. Vi guarda con quel suo sorriso radioso, fiero di voi.
Alan, Thao, so che la strada è ripida e che a volte sembra che le forze manchino. Ma vi supplico: continuate a camminare per Ryan. Ryan ha bisogno di vedere nei vostri occhi che la speranza è più forte della morte. Ha bisogno del vostro sorriso per crescere, per scoprire il mondo, per diventare l’uomo che Ben avrebbe voluto vedere. E tu, caro Ryan, sappi che tuo fratello è orgoglioso di te. Ogni volta che affronti una sfida, ogni volta che metti tutto te stesso nello studio o nello sport, Ben è lì accanto a te, fa il tifo per te, ti sussurra: «Provare è tutto ciò che conta. Non avere paura».
Vorrei rivolgermi anche a tutti coloro che ci seguono da lontano, a chi porta nel cuore una ferita simile, a ogni famiglia che sta salendo il Calvario della malattia di un figlio, e a tutti i bambini che soffrono negli ospedali. Non siete soli. Sotto la croce c’è Maria, la Madre che conosce il dolore di ricevere tra le braccia il corpo senza vita del proprio Figlio. Lei vi custodisce, raccoglie le vostre preghiere e vi sussurra che la morte non ha l’ultima parola.
La nostra anima ha sete di Dio, come terra deserta, arida, senz’acqua. Ma il Signore non ci lascia senza ristoro. Egli ci promette che saremo saziati come a un lauto banchetto, all’ombra delle sue ali.
Qual è, allora, la cosa che possiamo portare fuori da questa porta oggi? Quale piccolo gesto concreto possiamo custodire nel cuore per vivere secondo lo spirito di Benjamin?
Fate questo: questa settimana, quando vi troverete davanti a una difficoltà, a una fatica, o quando il dolore sembrerà bloccarvi e farvi desiderare di arrendervi, fermatevi un istante.
Pensate a Benjamin sul campo di badminton, o mentre correva con la sua felpa per le selezioni di basket.
E dite a voi stessi, nel segreto del vostro cuore: «Signore, io non so se ce la farò, non so se vincerò questa tristezza, ma ci voglio provare. Perché provare è tutto ciò che conta».
Fate questo piccolo tentativo di speranza. Fate un passo, anche piccolo, verso la vita, verso un sorriso, verso un gesto d’amore per chi vi sta accanto.
Questo piccolo atto di coraggio sarà il vostro modo di tenere acceso il fuoco di Benjamin, trasformando il dolore in offerta viva, gradita a Dio, in attesa del giorno in cui ci ritroveremo tutti insieme, nella luce che non conosce tramonto.
La Vergine Maria, Madre della Consolazione, custodisca i vostri passi e vi doni la sua pace. Amen.
For the intentions entrusted to Ben on our prayer wall:
Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire:
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Andiamo in pace.
✝ Dio onnipotente vi benedica: il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.